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I controversi documenti del Vietnam che ancora oggi fanno riflettere: libertà di stampa o furto di dati?

Pentagon Papers: documenti t(r)op secret del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, inerenti alla guerra del Vietnam e alle relative strategie militari. Portati a galla nel ‘71, in essi erano presenti anche le più profonde e controverse motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti non solo a dare battaglia nel sud est asiatico dopo le insurrezioni filo-comuniste, ma anche a continuare una guerra – durata poco più vent’anni: la prima sconfitta dell’aquila – che molti davano già perduta in partenza. Una ferita ancora oggi aperta nei patrioti statunitensi, un solco indelebile nella storia del paese a stelle e strisce. I Papers – settemila pagine raccolte dal ‘45 al ‘67, correlate alle amministrazioni Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson, fino alla tormentata di Nixon – hanno giocato un ruolo essenziale nel fortificare l’opinione pubblica di allora contro la guerra in Vietnam: innumerevoli le proteste e le manifestazioni sul suolo americano contro quella guerra, lontana dalla madre patria e impressa nella memoria dei combattenti che, rientrati in America, hanno dovuto affrontare gravi traumi, risolti parzialmente da fior di psichiatri. Non era abbastanza continuare una guerra contro le potenze capeggiate fino al ‘69 da Ho Chi Minh: quello che più è rimasto impresso nelle menti degli americani è la sistematica bugia dei governi in merito alla guerra stessa.

Dopo un intenso travaglio interiore, il giovane Daniel Ellsberg – laureato ad Harvard, “geniaccio del Pentagono”, analista della difesa – dopo una conversione sulla via di Saigon, cominciò a fotocopiare clandestinamente, tramite una lentissima XEROX, quelli che poi si sarebbero chiamati, appunto, “Pentagon Papers” (l’archivio era stato commissionato da Robert McNamara – Segretario alla Difesa, in seguito Presidente della Banca Mondiale – con l’intento di lasciare ai posteri dei documenti storici). Documenti protetti dal segreto di stato; ceduti due anni dopo, nel ‘71, al New York Times (Assange, Manning, Snowden docent: erano e restano tanti gli interrogativi etico-morali sul furto di carte segrete).

Il quotidiano dell’ottava strada pubblicò il 13 giugno una parte dei documenti a firma di Neil Sheehan e ricevette, vista la profanazione del sancta sanctorum dei segreti americani, un’ingiunzione dal tribunale. Ingiunzione che non fermò i concorrenti del Washington Post – la cui storica editrice, Katherine Graham, era amica di McNamara – che pubblicò parte dei Papers, sfidando ulteriormente l’amministrazione Nixon, sotto attacco per le rivelazioni dei documenti, che mettevano nero su bianco i rapporti – nascosti per decenni – su di una guerra moralmente ingiustificabile e per certi versi “incostituzionale”. Dopo l’appello del NYT alla Corte Suprema, questa si pronunciò a favore della libertà di stampa: la fuga di notizie aveva quindi una sorta di base e giustificazione legale. Di lì a poco sarebbe cominciato lo scandalo Watergate: giornalisticamente parlando, un altro esempio di “credere, disobbedire e combattere.”

VEDI: http://blackstar-amedeogasparini.blogspot.ch/2018/05/storia-di-una-bugia.html