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Journeys through our Fragile Heritage è esposta all’USI, organizzata nell’ambito della campagna UNESCO #Unite4Heritage

Nicolas Mathieu, Segretario generale della Commissione svizzera per l’UNESCO, racconta con quale sguardo ha deciso di guardare alla realizzazione della mostra fotografica.

Nonostante la differenza linguistica, le immagini parlano un linguaggio universale. Come è nata la scelta di una mostra fotografica? Ha ragione, sono le immagini a parlare un linguaggio universale. E questo perché il patrimonio culturale, ma anche naturale, in tutte le sue forme parla un po’ di noi, della nostra storia e della nostra relazione con il mondo che ci circonda. Il fatto che questo patrimonio si trovi qui o altrove, poco importa. Ne percepiamo la diversità, ed è proprio questa diversità a darci un sentimento di unità, direi di solidarietà.
Quali sono i criteri chiave nella scelta dei contenuti della mostra, quale messaggio comunicativo è alla base di questa esposizione? È possibile comunicare su temi importanti, quali il rispetto e la tolleranza, la sostenibilità e la diversità, attraverso l’esempio che è l’approccio adottato per questa mostra. Le fotografie illustrano, per ogni regione del mondo, esempi sul tema del patrimonio costruito, del patrimonio culturale immateriale e del traffico illecito di beni culturali. Al centro ci sono le persone che, a volte carnefici, a volte vittime, subiscono le conseguenze degli attacchi agli elementi costitutivi della loro identità. Considerare la distruzione degli elementi culturali materiali e immateriali come un fatto minore significherebbe negare la relazione intrinseca che esiste fra l’uomo e la sua cultura.
Quali sono le prospettive per il futuro e quali obiettivi ci si è posti a livello nazionale? Se la Svizzera ha aderito sin da subito è perché si è riconosciuta nel ruolo unico dell’Organizzazione: il mantenimento e la promozione della pace con gli strumenti che gli sono propri, la cooperazione intellettuale nei suoi settori di competenza. Nell’ambito della cultura proseguirà il suo lavoro strategico intorno alle sei convenzioni internazionali, e la Svizzera si adopera affinché esse non restino lettera morta.

L’Onorevole Roberto Badaracco, Capo Dicastero cultura sport ed eventi, Città di Lugano, racconta come la mostra abbia viaggiato fino a Lugano.

Ospitare una mostra così delicata, e allo stesso tempo profonda, è un forte segno di umanità. Come è nata l’idea di ospitare questa installazione? Per noi è importante dare spazio alle realtà locali e metterle in relazione con la dimensione internazionale. Un progetto di tale respiro e significato conferisce un grande valore aggiunto alla nostra offerta culturale. Abbiamo quindi accolto con entusiasmo la proposta dell’USI, dando seguito alla mostra organizzata all’interno dell’ateneo, ospitandola al Parco Ciani nell’ambito del programma di Arte Urbana del LongLake Festival. Quanto la città crede nella forza delle immagini? La fotografia è sempre più parte integrante del nostro mondo. Come Città di Lugano siamo consci dell’importanza di questo strumento in ambito comunicativo e lo utilizziamo quotidianamente per praticamente tutti i settori. Uno scatto può fare rapidamente il giro del mondo, raggiungendo un pubblico molto ampio. Tramite l’attività della Divisione Eventi e Congressi, la Città organizza durante tutto l’arco dell’anno un ventaglio di eventi molto ampio e variegato. Fra questi ci sarà sempre un occhio di riguardo per progetti – siano essi incontri, esposizioni, concerti, teatri o proiezioni – che mettono al centro la socialità, l’uomo e il suo mondo.

Le fotografie utilizzate nella mostra sono state rilasciate con licenze libere e messe a disposizione da Wikimedia Commons, no-profit che raccoglie tutti i media per Wikipedia. Organizzata nel contesto della campagna #Unite4Heritage, l’esposizione è ora installata sul campus USI per essere poi esposta gratuitamente al Long Lake Festival (28 giugno – 1° agosto).