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UNESCO e Wikimedia hanno deciso di unire le loro forze per realizzare questa mostra che mette in evidenza la fragilità del nostro patrimonio culturale comune, utilizzando immagini disponibili non protette da diritto d’autore.

Organizzata nell’ambito della campagna #Unite4Heritage lanciata nel 2015 dall’UNESCO e ora divenuta un movimento globale, la mostra arriva a Lugano come seconda tappa Svizzera grazie alla collaborazione tra la Cattedra UNESCO istituita all’USI – il cui direttore è il prof. Lorenzo Cantoni – e la Commissione Svizzera per l’UNESCO. Esposta dapprima a Parigi, la mostra ha poi girato alcune capitali del mondo tra cui Roma Montréal e Stoccolma, per poi arrivare in Svizzera al palazzo dell’ONU a Ginevra.

Il movimento #Unite4Heritage ha lo scopo di valorizzare e salvaguardare il patrimonio e la diversità culturale nel mondo, rendendo ciascuno più consapevole del suo valore. La mostra promuove a sua volta tali obiettivi, con un forte impatto visivo.

La parola alla Dottoressa Silvia De Ascaniis.

Lei è la coordinatrice della Cattedra UNESCO in ICT to develop and promote sustainable tourism in World Heritage Sites istituta all’USI, grazie alla quale la mostra è approdata a Lugano. Ci può dire in che cosa consiste, che cosa rappresenta e cosa intende comunicare la mostra “Journeys through our fragile heritage”?

La mostra è costituita da 14 pannelli, ciascuno dei quali riporta una fotografia e una descrizione di un patrimonio cultuale “in pericolo” per diverse ragioni: distruzioni premeditate, pubblica negligenza, turismo di massa, ignoranza o scarsa manutenzione. Oltre ad esempi di patrimonio tangibile – come la città vecchia di Shibam nello Yemen e il Santuario storico di Macchu Picchu in Perù – e di patrimonio intangibile – come il Giorno dei Morti in Messico e la produzione tradizionale di carta fatta a mano in Giappone – vi sono anche esempi che denunciano il problema del traffico illecito di artefatti culturali. Obiettivo della mostra è promuovere la consapevolezza dei pericoli che mettono a rischio il patrimonio culturale che è eredità e, dunque, responsabilità, di ciascuno di noi. Una maggiore consapevolezza porta, auspicabilmente, a un maggior coinvolgimento personale nella salvaguardia del patrimonio stesso e, con esso, della propria identià culturale.

La mostra ha delle affinità con un altro progetto portato avanti dalla Cattedra UNESCO che, qualche tempo fa, ha avuto grande eco sui media: #faces4heritage. Ci può dire in che modo le due iniziative sono legate?

La campagna #faces4heritage è stata lanciata nel 2015 a supporto della campagna dell’UNESCO #Unite4Heritage, con l’obiettivo di denunciare la distruzione violenta del patrimonio culturale ad opera, principalmente, di gruppi di estremisti violenti in diverse parti del mondo quali Iraq, Siria, Yemen, Mali. La distruzione intenzionale rappresenta una delle principali minacce al patrimonio culturale, ed è necessario essere consapevoli di quanto sta avvenendo per capire che ciascuno di noi, la cui identità è il risultato di una storia e degli sforzi di coloro che ci hanno preceduto, è in qualche modo in pericolo, e che dunque, è chiamato in prima persona a fare qualcosa.

Sia la mostra che #faces4heritage mirano ad avere un forte impatto visivo, l’una mostrando fotografie molto belle e reali, l’altra chiedendo di modificare la propria immagine del profilo sui social. Qual è stata la fotografia della mostra che, più di tutte, l’ha colpita al punto da dire “vale proprio la pena visitare la mostra ... ”?

Tutte le fotografie utilizzate nella mostra dell’UNESCO sono state rilasciate con licenze libere e messe a disposizione da Wikimedia Commons, l’organizzazione no-profit che raccoglie tutti i media per Wikipedia. L’immagine che personalmente mi ha fatto pensare di più è quella che rappresenta il “Giorno dei Morti” in Messico, ovvero l’insieme di cerimonie e rappresentazioni commemorative che si svolgono ogni anno l’1 e il 2 novembre, per ricordare la morte corporale dei propri cari. Il rischio, per eventi come questo, è che vengano trasformati in oggetti commerciali – soprattuto per i turisti – dai quali trarre un profitto, svuotandoli però del loro significato e, quindi, della bellezza culturale che essi richiamano.