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Stefano, quando hai deciso di diventare giornalista?

In Italia ho fatto il liceo classico e già da quando avevo diciassette anni l’idea di scrivere mi piaceva molto. Il motivo concreto per cui ho cominciato è stata la possibilità di seguire lo sport locale e da lì la carriera si è sviluppata in altri temi e luoghi. All’inizio scrivevo per un settimanale di Lecco di calcio femminile (era il novembre 1987). Non avevo ancora deciso di fare il giornalista di professione: la vicinanza con la Svizzera – che è stata un esempio sul piano giornalistico e politico – mi ha anche permesso di seguire tutte le pratiche e le procedure che hanno poi portato all’AlpTransit. A diciott’anni ero stato invece in Catalogna a visitare una città nell’entroterra che si era appena gemellata con la mia. La passione per il giornalismo “serio” è stata assolutamente spontanea, ma si è evoluta in modo celere. A ventitré anni, nonostante seguissi ancora lo sport – in particolare il ciclismo internazionale – nel dicembre 1993 andai al Consiglio Europeo di Bruxelles, dove iniziò la mia conversione al giornalismo politico e alla politica internazionale.

Per quale quotidiano scrivevi?

Quando ho iniziato a seguire la politica internazionale lavoravo per Radio Capodistria, la radio pubblica slovena per la minoranza linguistica italiana. Mi sentivo, nel mio piccolo, la responsabilità del servizio pubblico. Tra l’altro, apprezzato molto la Radiotelevisione Svizzera (con cui ho avuto il piacere di collaborare per un po’). M’ispiravo a questo tipo di giornalismo serio, approfondito, analitico. Ho lavorato otto anni per Radio Capo d’Istria: ho visitato tanti paesi europei e nel 1997 ho iniziato la mia prima delle tre corrispondenze da Bruxelles.

Sei stato anche in Nord Africa: quando e come è avvenuto?

Sono stato in Nord Africa quando c’è stata la Primavera Araba: lavoravo già per la stampa spagnola – La Gaceta – e in quella circostanza ebbi la possibilità – piuttosto unica – di collaborare col Sole 24 Ore, scrivendo dei reportages dalla Libia, dove stava cadendo Gheddafi. In quei mesi andai anche in Tunisia e in Egitto. Durante questi viaggi ho anche potuto vedere dei colleghi che hanno subito violenze: un collega venezuelano (il Venezuela all’epoca era amico di Gheddafi) era stato picchiato insieme al suo operatore di ripresa, perché aveva osato uscire a parlare con l’Ambasciatore venezuelano senza scorta. E in quei giorni in Libia – quando Gheddafi si sentiva bloccato politicamente e diplomaticamente – c’erano controlli rigorosi da parte della polizia: non ci si poteva muovere da soli in città. Si doveva alloggiare dove voleva il governo libico e si usciva solo accompagnati dai soldati libici per seguire quello che voleva il governo. Non c’era la possibilità di esercitare pienamente la libertà di stampa e muoversi in libertà.

Com’eravate percepiti allora dalla comunità locale?

Conosco il mondo arabo – e per molti aspetti lo apprezzo – ma mi accorgevo che c’era diffidenza e mancanza di sintonia. Il regime di allora si sentiva accerchiato e coloro i quali che sostenevano il regime erano a loro volta diffidenti: ci parlavano, ma non avevano molta simpatia nei nostri confronti. I giornalisti occidentali vengono da diversi paesi: alcuni sono visti come amici, altri no.

Qual è l’esperienza che ti è rimasta più a cuore durante le tue missioni all’estero?

Nel 2017 sono andato in Iraq, prima della liberazione completa di Mosul: cercai di indagare e intervistare e capire quale fosse il futuro del paese dopo la fine dello Stato Islamico. Un’esperienza interessante: parlai con personalità di diversa fede religiosa e con cittadini liberati dalla Stati Islamico appunto. Non era facile ottenere i permessi, ma sono riuscito a ottenere delle testimonianze interessanti e capire quali fossero i problemi del paese, soprattutto quelli futuri, che potevano persistere, durare e aggravarsi. Mi piace molto viaggiare, soprattutto quelli sconosciuti. Ho viaggiato molto in Medioriente e mi piace seguire quell’area.

Come si fa a entrare nella mentalità del paese, nello stato delle cose del paese dove viene inviato?

Innanzitutto, bisogna voler capire il sistema. Addirittura, ci sono diverse emittenti che mandano i propri giornalisti sul luogo per uno o due settimane e poi li sostituiscono con altri. Nel 1999 ci fu la campagna europea della NATO contro la Serbia e da Bruxelles vedevo che diverse emittenti (e giornali) mandavano per qualche giorno dei corrispondenti e li sostituivano in tempo relativamente breve. Sicuramente ci vuole interesse per le tematiche internazionali, così come la conoscenza delle lingue e della geografia. Poi la voglia di indagare, di andare oltre al luogo comune e alle informazioni fornite dalle agenzie di stampa, di essere attivo e recettivo nei luoghi in cui gli eventi prendono forma. Ovviamente, nell’epoca contemporanea è sempre più difficile fare giornalismo e arrivare alle fonti, perché ci sono diverse limitazioni. Nei governi e nelle aziende private c’era la tendenza a nascondere il più possibile delle informazioni (anche oltre il comprensibile e il lecito). Il semplice accesso alle sale stampa o ad alla conferenza stampa è sempre più difficile. Bisogna voler conoscere ed esplorare per potersi adattare a nuove realtà e nuovi temi. Ovvio che i giornali fanno lavorare i giornalisti che hanno a disposizione su temi diversi (cosa che è sempre successa, soprattutto nei casi dei corrispondenti). Dagli Stati Uniti per esempio seguivo la politica, l’economia e le notizie scientifiche: i temi erano molteplici. Il giornalista deve saper essere versatile, ma questo non lo esenta dall’obbligo deontologico di specializzarsi in certe materie e lavorare con cura, soprattutto in temi poco conosciuti o nuovi o delicati. Inoltre, nelle aziende private, e purtroppo anche nei governi, c’è da qualche tempo la propensione alla reticenza e all’occultamento delle informazioni, nei rapporti con i giornalisti.

Qual è la tua giornata tipo quando arrivi sul posto?

Dipende dal luogo e dall’evento (cioè se è un evento programmato o ufficiale o se non c’è un evento). Non c’è un programma fisso: ci si adatta alle circostanze e alle necessità. Tante volte da corrispondente si ha meno libertà di azione e d’indagine, perché bisogna seguire i briefing, eccetera. Si è obbligati a seguire l’andamento dell’informazione, determinato dalle scelte delle informazioni.

Tu lavori a El Mundo, ma che importanza dà questo giornale al mondo degli esteri?

Purtroppo, attualmente, lo spazio riservato agli esteri – in modo paradossale e criticabile – è poco. Questo non è dovuto tanto a scelte culturali, ma a scelte economiche: i bilanci dei giornali sono modici e relativamente esigui. I giornali stanno decurtando non solo posti di lavoro, ma anche finanziamenti (per collaborazioni e non solo) e quindi lo spazio per gli esteri – ripeto: assurdamente – è diminuito sempre di più. Nel mondo della globalizzazione le tematiche estere sono molto più importanti e rilevanti per il cittadino che, come vorrebbe la democrazia, dovrebbe prendere le proprie decisioni con consapevolezza.

Quindi poco giornalismo estero e molto lavoro di redazione …

In qualche modo questo lo si è sempre fatto: da un lato abbiamo il problema dei finanziamenti che dovrebbe essere risolto con altri metodi, dall’altro c’è una crescente negligenza. Ho sempre cercato di fare giornalismo come mi è sembrato giusto, con la correttezza e la diligenza necessaria. Ho fatto esperienza all’estero per conoscere i migliori esempi e le migliori prassi. In Spagna, dalla fine del Franchismo, il giornalismo è stato di qualità, ma recentemente ci sono state delle negligenze, delle superficialità. Ho sempre avuto la possibilità di essere inviato-corrispondente, mentre molti hanno sempre lavorato in redazione e quindi vedono il mondo attraverso le agenzie di stampa.

In che tradizione s’inserisce il giornalismo spagnolo? Anglosassone o italo-mediterraneo?

Troppe volte, anche in Spagna, il giornalismo è basato principalmente o quasi esclusivamente sul profilo economico (che, tra l’altro, spesso non si ottiene), proprio perché la qualità del giornalismo non è buona. Quindi anche la Spagna, tante volte, si fa un giornalismo superficiale (e lo dico senza accezione spregiativa). Il giornalismo spagnolo, che ho apprezzato a lungo e che è rinato dopo Franco, è un giornalismo che curiosamente sembra più anglosassone che mediterraneo e latino. Personalmente apprezzo molto il giornalismo francese (quello di Le Monde), che in qualche modo assomiglia a quello spagnolo: un giornalismo serio, che tende a spiegare. In Spagna i giornali hanno inoltre un pregio maggiore: quello si spiegare con parole semplici le cose complesse al cittadino spagnolo (che, dopo il 1975 aveva fame di conoscenza e sviluppo economico). In generale, il giornalismo è una sintesi virtuosa delle migliori prassi e delle migliori forme di giornalismo. Ancora adesso, i titoli in Spagna sono titoli espliciti, costituiti da una frase più o meno breve, ma che nella sua esaustività si ricorda. Pensa che alcuni titoli sono così memorabili che io me li ricordo ancora a distanza di anni. Tuttavia, nell’epoca attuale, anche in Spagna, i giornali purtroppo tendono a perseguire in modo prioritario ed eccessivo il loro interesse commerciale”.

E in tutto questo, spostandoci sul futuro, come vedi i social network?

Siamo in un’epoca di transizione ed è innegabile che costituiscano una concorrenza potente al giornalismo tradizionale: mi rifiuto di dire che non servano questi mezzi d’informazione. È giusto che esistano queste tecnologie che permettano la libera espressione da parte dei cittadini. Non so come saranno in futuro, ma questo non impedisce – e non deve – indurre a rinunciare all’indipendenza del giornalismo. Il giornalismo come pluralità di mezzi di informazione è indispensabile. Ci sarà un’affinità tra il giornalismo e i social media.

Credi che il giornalista estero sia ancora una garanzia nel mondo social, dove tutti hanno tutto e subito?

Assolutamente sì, perché se il cittadino si accontenta – o preferisce – leggersi le notizie su Facebook, secondo me non solo sbaglia, ma si priva di un’informazione professionale: naturalmente, da parte dei giornalisti, ci deve essere una vera e propria professionalità. Il cittadino non spende per comprare un giornale cartaceo (che prima o poi cesserà di esistere) né pagherà i cosiddetti articoli premium: guarderà i telegiornali più o meno superficiali (anche i telegiornali non sono più quelli di una volta) e leggerà sui social. È importante che si ano mezzi – che siano la tv o il giornale – che presentino in modo accurato e esaustivo tutto ciò che accade nel mondo.

Parlavi prima di “epoca di transizione” e articoli premium: è sciocco pensare che il buon giornalismo sia “monetabilizzabile”? Si può chiedere al lettore di pagare per il giornalismo, oggi?

Naturalmente dipende dalla cultura del lettore e dal paese: bisogna ovviamente attivare un interesse civico per l’informazione e l’informazione, che permetta poi ai giornalisti e alle testate giornalistiche a lavorare bene e con profitto. Quando ero in America non percepivo e non sentivo una cultura o un interesse critico per l’informazione o la politica stessa: d’altra parte, in America, c’erano delle nicchie che ho apprezzato. Ad esempio, nei punti vendita di una nota catena di caffetteria americana, c’erano i quotidiani. Mi ricordo di persone di varie fasce di età che andavano e compravano caffè e giornale, soprattutto al weekend. Andavano lì e leggevano il giornale. Stiamo parlando di una nicchia, perché i giornali erano – e sono – il New York Times, il Washington Post e il Wall Street Journal …

I giornali possono quindi influenzare l’opinione pubblica?

Da una parte perseguendo il sensazionalismo per scopi di profitto (il che è un’influenza cattiva), mentre dall’altra parte potrebbe esercitare un’influenza accettabile, conforme anche agli ideali di democrazia, attraverso ad un giornalismo sostanzialmente imparziale, esaustivo ed esplicito, capace di spiegare in termini divulgativi ogni grande questione, evitando disorientamenti quando ci sono momenti scottanti, quali, ad esempio, guerra o immigrazione.

Ci sono dei requisiti particolari per chi vuole fare giornalismo estero?

Bisogna avere passione e conoscenza profonda dei temi esteri e del mondo, nelle sue varie forme. Conoscere quindi le lingue, parlarle bene. Leggere libri su diverse paesi, culture, popoli; cercare di interpretare con occhi neutrali e non eccessivamente secondo i criteri della propria cultura. Ed infine buona volontà: sapere essere prudenti in certi luoghi, ma affamati di avventura. Personalmente, ho spesso criticato il giornalismo italiano, perché cerca di presentare i fatti – come dico io – “conditi” con pomodoro e parmigiano. Bisogna spiegare bene i fatti al lettore, spiegando con competenza, cognizione di causa e obiettività, sapendo sottolineare le differenze e sottolineare le eventuali affinità o comunanze che si possano riscontrare.

Un’ultima domanda Stefano: se avessi un figlio/una figlia che venisse a dirti che vuole diventare giornalista, che gli/le diresti?

Non lo/la scoraggerei, ma lo/la avvertirei delle difficoltà del mestiere. Magari la situazione nel futuro cambierà, ma chi lo sa? Per quello che mi riguarda, posso dire con sicurezza che non mi pento della mia scelta – nemmeno adesso – nonostante le inenarrabili difficoltà. Non mi pento e non desisto, anche se molti mi suggeriscono di non farlo e di cambiare mestiere. In generale, i giornalisti stessi dovrebbero difendere strenuamente i propri diritti: non solo quelli personali, ma quelli di fare il proprio dovere. Diritti ostacolati nel mondo contemporaneo. Inoltre, bisognerebbe cercare di organizzare meglio le testate per garantire indipendenza. Bisognerebbe da parte di tutti avere la determinazione di fare il proprio dovere – come si dice – con la schiena diritta – cioè con onestà – senza favorire nessuno e senza andare contro nessun altro – e imparzialità effettiva.