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Amedeo Gasparini intervista a Francesco Semprini, Giornalista de La Stampa, New York.

Francesco, tu sei corrispondente di guerra: immagino che tu conosca Biloslavo e Micalessin? E come no! Con loro ho fatto un sacco di cose: loro sono stati i miei formatori di guerra. Loro sono bravissimi: i più grandi corrispondenti di guerra che ci sono in Italia. Sono entrambi del Giornale. Come mai sei a New York? Io vivo qui da diciassette anni. Dopo l’università e il militare mi sono chiesto: “perché non vado in America? Ora che trovo lavoro in Italia …” Negli USA, ho studiato l’inglese, ho fatto un Master in Economia e poi sono capitato al Sole, da Mario Platero. È nel 2002 che sono diventato giornalista per caso, perché l’ultima cosa che avrei fatto nella vita era proprio il giornalista. A parte le velleità fanciullesche, non avevo dei progetti precisi. Mario mi ha dato la possibilità di scrivere. Ero bravo in economia: un caso fortuito ha voluto che qui ci fosse bisogno di un giornalista economico che seguisse Wall Street, Banca Centrale, eccetera. Ho lavorato cinque anni con loro e nel 2007 Molinari mi ha detto: “ti va di venire alla Stampa?” Molinari è stato corrispondente in America dal 2001 al 2013 e poi corrispondente a Gerusalemme dal 2013 sino al 2016 quando è diventato Direttore. Con Molinari ho lavorato qui per sei anni e ci siamo rivisti alla Stampa. E quando lui è diventato Direttore mi ha investito del ruolo di seguire le guerre. La Stampa di Molinari ha un respiro molto internazionale … Si, assolutamente: lui lo è per formazione. Per un giornale come La Stampa che si trova a fare concorrenza a Repubblica e Corriere, competere sul piano della politica interna non ha senso, perché sono molto più forti. Quindi se vuoi avere un primato devi farlo sul piano internazionale: La Stampa ha questa forte doppia anima: un ordinamento verso gli esteri e una forte radicalizzazione sul territorio del Nord-Ovest. Ti fanno paura i social come giornalista? Mi fa paura l’uso che se ne fa, perché purtroppo sono ancora strumenti che non hanno una codificazione ben precisa, legale, di limiti. E questo è un problema perché i social sono uno strumento di massa e potenzialmente possono diventare uno strumento di distruzione di massa: pensa al bullismo e alle sue conseguenze. Improvvisamente proiettano tutti quanti una sfera di legiferazione. “Io metto su Facebook in diretta e vi spiego che l’America è così!” Al che tu ti chiedi: “ma a che titolo?” Quindi ci vuole ancora la figura giornalistica del reporter? Assolutamente sì! Però già negli anni Novanta Montanelli tagliava sulle redazioni estere. Figuriamoci oggi … I tagli che si fanno oggi sono per una questione di budget: il giornalismo italiano è povero. È un modello di business superato: Internet ha bruciato tutto. E qual è la prima spesa che un giornale fa? Taglia sugli esteri perché a rigor di logica, l’estero è il tema che serve di meno. La figura del giornalista è oggi più che mai determinante con la presenza dei social: è quella che dà qualità e oggettività nell’informazione. Io credo nella divisione tra “news” e “views”.

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