Alessandro BenedettiAlessandro Benedetti profile image

Ferruccio de Bortoli è stato protagonista indiscusso tra le pagine più importanti del giornalismo italiano. Appassionato del suo lavoro, è stato per 12 anni direttore del Corriere del Sera, direttore responsabile del Sole 24 Ore dal 2005 al 2009 e ha ricoperto svariati incarichi ai vertici dell'editoria italiana. Collabora ora con il Corriere della Sera e il Corriere del Ticino come editorialista.

In occasione dell'uscita del suo ultimo libro, Poteri forti (o quasi), ho avuto l'onore e il piacere di poterlo intervistare per farmi raccontare il giornalismo di oggi, visto dagli occhi di chi lo ha costruito.

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Nel 2009 è stato corteggiato per il ruolo di presidente RAI, è stato per anni direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, e ora editorialista – la sua carriera è profondamente legata al mondo dell’informazione. Quanto è ancora importante il ruolo dei grandi mass-media nell’informare e quanto invece il web sta diventando un mezzo di informazione primario?

È indiscutibile che il peso specifico della carta stampata, quella del giornalismo tradizionale per intenderci, sia in declino e che stia emergendo d’altra parte la pervasività del web, tuttavia mi preme sottolineare un aspetto: gli argomenti di cui si parla, anche quelli trattati nei social network, sono in maggioranza argomenti trattati dalla stampa tradizionale. Il cuore di produzione del pensiero e dell’agenda setting rimane ancora legato ai mass-media tradizionali. Questo mi porta a dire che i giornali, pur avendo una storia lontana, non appartengono al passato, e pur non essendo comprati, sono paradossalmente più letti. Esiste un naturale declino della stampa tradizionale, ma la sua centralità nella produzione di argomenti non è messa in discussione. Dobbiamo quindi preoccuparci che contenuti di qualità, pensiero critico e apertura al dialogo siano tutelati nell’affrontare i fatti della vita, anche con nuove modalità di informazione, come quella digitale. Assistiamo ora ad una tendenza alla superficialità, si pensa di poter essere informati con pochi ‘click’ dando uno sguardo alla home page – dobbiamo preservare l’integrità dell’informazione, per non diventare naufraghi della rete.

In riferimento a questo «declino della stampa», si sente spesso dire che la carta stampata morirà, eppure i numeri riferiti all’editoria parlano di una sempre maggiore vendita di libri cartacei. È stato vice-presidente dell’Associazione italiani editori, come commenta questa tendenza inversa?

In America la vendita di e-book rispetto alla carta stampata è del 25%, una proporzione notevole, eppure c’è stata una forte battuta di arresto nelle vendite. Non è vero quindi che esiste un inarrestabile tasso di sostituzione del web rispetto alla carta, però penso che la carta nel tempo verrà ridotta ad una quota residuale, sarà il “vinile” dell’industria stampata. La stampa di qualità dovrà essere in grado di trovare nuove modalità di comunicazione, nuovi modi per far sì che un maggior pubblico possa fruirne. È sbagliato però dare troppa importanza al ‘delivery’, ovvero alle modalità di distribuzione, il focus invece va orientato alla qualità e all’originalità dei contenuti, poichè nelle grandi autostrade digitali il lettore deve poter distinguere l’accuratezza e la credibilità dei contenuti.

Indro Montanelli diceva: «Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore». Nel mondo dell’informazione odierno, è ancora il lettore il padrone del giornalista, o i ruoli si sono capovolti?

La battuta di Montanelli conserva ancora tutta la sua attualità. Il lettore non è più solo colui che ti sceglie in edicola, ma che oggi clicca ‘segui’ in un social network, mette un like o condivide quanto scrivi. Il legame che si crea tra il lettore e il giornale non è solo un rapporto di acquisto, ma si instaura una relazione affettiva, una comunione di intenti e di idee, un matrimonio culturale. Questo tipo di legame non è quello che si può sostituire in maniera istantanea con lo scambio sul web, si improvvisa un ‘matrimonio di Las Vegas’ in questi termini. Quello che offre il giornale è un legame estremamente forte. Viviamo in città globalizzate in cui fatichiamo ad avere punti di riferimento, identità e tradizioni in cui identificarci, per cui il giornale è diventato una sorta di passaporto di civiltà: io appartengo alla comunità ticinese perché leggo il Corriere del Ticino, allo stesso tempo sono svizzero e sono cittadino del mondo. Il quotidiano, con la sua comunità, esprime un rapporto tra i valori e le battaglie culturali in cui il cittadino vuole riconoscersi.

La pubblicazione del suo ultimo libro, Poteri forti (o quasi), ha sollevato diverse polemiche. Senza entrare nel dibattito, cito Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, che ha scritto: «L’editorialista del Corriere (De Bortoli, ndr.) ha raccolto, durante la stesura del suo libro, un’informazione e l’ha pubblicata. Così si comporta un giornalista». Nel giornalismo esiste un’etica per cui è sempre giusto informare di quanto si sa, oppure – e mi riferisco a realtà come i Panama Papers o WikiLeaks – c’è un confine invalicabile?

Le leggi rappresentano una forma di etica del giornalista. Quando si entra a conoscenza di fatti reali è giusto che il cittadino ne venga informato, anche se questo risulta ‘scomodo’. Le notizie non solo raccontano fatti, ma mutano il corso degli eventi. I giornalisti sono utili nella misura in cui forniscono ad una classe dirigente e ad un pubblico che deve formarsi un’opinione critica, avvertita e responsabile degli ingredienti sani – citando Luigi Einaudi: «una buona e corretta in­formazione fornisce al cittadino gli ingredienti, non avariati, per deliberare, per essere più responsabile e libero». Il rispetto per le persone e le istituzioni è ovvio che un giornalista non può trascurarlo, ad esempio personalmente sono critico nei confronti del giornalismo ‘da ricettazione’ come quello di Edward Snowden.

Nell’editorialedi saluto al Corriere della Sera, 30 aprile 2015, scriveva che il suo giornale: «è stato indipendente, aperto e onesto. Ha svolto il ruolo che compete a un grande organo d’informazione, perché […] ha giudicato i governi sui fatti, senza amicizie, pregiudizi o secondi fini. […] Con il tempo, cari lettori, ho imparato che i giornali devono essere scomodi e temuti per poter svolgere un’utile funzione civile».
Un giornale nello svolgere il suo compito deve indirizzare l’idea dei lettori, dando un’impronta alle notizie, o deve essere un tramite fra ciò che succede, filtrando le informazioni?

Un giornale rappresenta un’area politica, un sistema economico, una corrente culturale: ha un’anima, una storia e una tradizione. Questo non deve far sì che i fatti vengano manipolati, ignorati o contestati se contro le idee e le opinioni del giornale. Un giornale nasce per un sentimento comune espresso tramite un’identità culturale, se fosse un semplice messaggero di notizie sarebbe relative utile, deve offrire un’interpretazione al lettore rispettando l’oggettività dei fatti.

Se io le dicessi che da grande voglio fare il giornalista, quale sarebbe il suo primo consiglio?

Sicuramente direi passione e tenacia: questo è un mestiere più che una professione, che conserva uno spirito artigianale. Occorre una dedizione pressoché assoluta, non esistono orari di lavoro, ma si assiste alla bellezza impagabile di essere protagonisti dei fatti e, qualche volta, della storia.