Amedeo GaspariniAmedeo Gasparini profile image

Ricchi. Anzi: ricchissimi. Con i loro prodotti hanno cambiato una generazione: hanno travolto il secondo Novecento, prendendo in tempo il treno del successo e avendo al momento giusto l’intuizione giusta. Molti di loro la ricchezza l’hanno ereditata; molti di loro, sono solo i figli (alcuni i nipoti) del “genio” che ha ideato il brand e lo portano avanti in un mercato sempre più globalizzato, tendente alle fusioni tra imprese per non soccombere e chiudere i battenti (dura lex sed lex). Gli iniziatori (e rispettivamente i continuatori) si adattano al mondo che cambia e adattano il loro brand alle esigenze del cliente.

La lista è veramente dei ricchi è veramente lunga: “Forbes” la pubblica ogni anno e l’aggiorna. I Paperon de’ Paperoni del brand hanno raggiunto vette di ricchezza stellare. Amancio Ortega li batte tutti, con un patrimonio di oltre sessanta miliardi di dollari, derivanti dai cappotti e magliette di Zara, catena di abbigliamento da lui creata nel 1975. Al secondo posto, Liliane Bettencourt (morta un anno e un mese fa, alla veneranda età di novantacinque anni) con un patrimonio di quaranta miliardi, che ereditò dal padre Eugène l’azienda di cosmesi L’Oreal nel 1957, quando da lì a poco sarebbe stata trasformata in una grande multinazionale. Al quarto posto gli eredi di Erling Persson, fondatore di Hennes & Mauritz (che detta così, ai più, sembrerebbe non voler dir niente), ma la casa d’abbigliamento svedese – che opera in oltre sessanta paesi nel mondo – garantisce all’attuale ad, Stefan Persson, ventiquattro miliardi di dollari.

Da separare, questi Rocker Duck, dal listone degli uomini più ricchi in assoluto: nel 2018 sito “howmuch.net” (sempre assieme a “Forbes”) ha calcolato e messo in evidenza quali siano le più grandi aziende per settore. Non solo, quindi, le grandi multinazionali che hanno a che fare con l’abbigliamento, ma anche quelle che producono articoli tecnologici, automobilistica, retail vario, servizi finanziari, giocattoli. Apple (con un valore di oltre 182 miliardi di dollari) fa a pugni con Google (sotto di cinquanta miliardi rispetto alla mela di Jobs e Wozniak). Al terzo posto Microsoft (il cui marchio vale 100 e passa miliardi), poi Facebook e Amazon (novantaquattro, rispettivamente settanta miliardi di brand value). Passando al settore auto, Toyota è sopra tutti, con i sui quarantaquattro miliardi. Di un terzo in meno – e al terzo posto nel settore – BMW, al secondo Mercedes (trentaquattro miliardi), il quarto Honda (venticinque miliardi). Passando al retail, la famiglia più ricca d’America – i Walton – possiede il marchio Walmart (quasi venticinque miliardi di dollari); simile valore, ma nel campo dei servizi finanziari, di Visa e American Express. L’azienda del papà di Topolino – leader nel settore “leisure time” – ha d’altra parte un valore di brand di quarantasette miliardi, superando così il colosso “mattoncinesco” dei giocattoli danesi fondato da Ole Kirk Kristiansen nel 1916. Insomma, come diceva un vecchio proverbio: “Stringi i denti e avrai molte monete d’argento”.