Amedeo GaspariniAmedeo Gasparini profile image

Chiara, come e quando hai deciso di diventare giornalista?

Ho studiato filosofia a Bologna e poi a Berlino con una borsa di studio per la tesi. Berlino era una città molto diversa da quella di oggi. Era una città piccola, grigia, economica, ma anche piena di possibilità: all’epoca stava diventando capitale e la tv italiana stava per aprire un ufficio là. Sicché decisi di fare domanda per uno stage. Da lì in poi feci altre esperienze, altri stage e poi iniziai a lavorare per svariate emittenti tedesche.

Poi in seguito hai anche fondato LAVAFILM: di cosa si tratta?

LAVAFILM nasce nel 2002 dalla volontà di due registi presso cui lavoravo come assistente e, ad un certo punto, hanno deciso di mettersi in proprio. Quello che mi proponevano era una grande libertà: fare ricerca per i loro progetti e ad un certo momento svilupparne di miei.

Da dove viene la tua passione per il cinema?

Ci sono arrivata un po’ per volta. Ho iniziato al conservatorio, quando avevo undici anni (e quindi avevo un approccio alle arti che è cominciato molto presto nella vita).

Come ci si prepara per un documentario?

Prima di tutto con una lunga ricerca. Lavorando con diverse emittenti tv, sono io che propongo un progetto. Se c’è un tema che mi sta a cuore e regge un formato lungo, chiamo i miei committenti ed iniziamo a parlare delle possibilità di produzione. Scrivo un concept e poi un trattamento, cerco i protagonisti e poi cominciamo a lavorarci.

Cosa hai imparato di più durante i tuoi reportages?

Il rapporto i protagonisti di questi lavori. È sempre un rapporto unico nel suo genere e molto profondo. Io ho questa “stranezza”, per cui sono in contatto con il novanta percento dei protagonisti dei film a cui ho lavorato. Nella maggioranza dei casi sono persone che incontro prima, con cui inizio a conoscermi. Questo rapporto di fiducia è anche la possibilità di entrare nelle loro vita.

Hai studiato filosofia e cinema: quali sono gli studi che dovrebbe fare un giornalista?

Scienze della Comunicazione è un ottimo inizio: però è la base. Il lavoro del giornalista è un lerning by doing: il momento della verità è sul campo. È lì che si capisce se uno ha il fuoco sacro, la stoffa, la voglia, la passione.

Il pubblico tedesco è più interessato alle notizie locali o a quelle estere?

È un pubblico abituato all’approfondimento e quindi accetta tematiche lontane dal proprio orticello.

Qual è il rapporto tra media e potere in Germania?

Io credo che sia quello che c’è un po’ ovunque. Il potere ha bisogno dei media, di visibilità e quindi cerca di accaparrarsi le forme più di moda del momento. Tra i giornalisti con cui interloquisce, la Cancelliera ha youtuber o blogger, il che dimostra che il rapporto è duttile.

Per fare il mestiere di giornalista estera e documentarista a chi ti sei ispirata?

Uno dei miei grandi punti di riferimento è Kapuściński. C’è un libricino sull’etica del giornalista: Il cinico non è adatto a questo mestiere, che è davvero ricco di saggezza e lo consiglierei a tutti.