Marco MarabelloMarco Marabello profile image

Il binomio arte-digitale può sembrarci, a prima vista, inconsueto, soprattutto se come forma artistica associata alla tecnologia pensiamo all’arte pittorica. Ciò nonostante nel panorama artistico internazionale si sta facendo spazio, da qualche anno, una nuova forma di fruizione dell’opera d’arte, la cosiddetta “arte immersiva”. Ma di cosa si tratta? Ho trovato la risposta a questa domanda in quel di Parigi dove attualmente è in corso, fino a gennaio, l’esposizione immersiva su Gustav Klimt e Hundertwasser all’Atelier des Lumieres. Immaginatevi, dunque, uno spazio di 3300 metri quadrati sulle cui superfici vengono riprodotte, ingrandite, ripetute e accostate, tramite 140 proiettori, le più famose opere di Klimt, dagli inizi della sua carriera artistica con le decorazioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna, agli autoritratti del suo periodo maturo passando per il famoso periodo aureo. Il tutto completato da una meravigliosa colonna sonora di cui fanno parte pezzi di Beethoven, Strauss e molti altri. Nel visitatore incuriosito sorge presto una domanda, e cioè: perché? Perché fruire l’arte in questo modo? La risposta è per goderne in modo più naturale e non intellettuale. Non si troveranno, infatti descrizioni delle opere o la biografia dell’artista se non in un luogo parzialmente nascosto e isolato dal resto, per far si che il visitatore goda delle opere senza filtri e preconcetti. E nemmeno si troveranno sedie per invitare lo spettatore a muoversi dentro l’opera, a viverla muovendosi, a diventare un tutt’uno con le opere. Tuttavia, numerose sono anche le critiche, in questo modo infatti si rischia di privare l’opera d’arte della sua caratteristica unicità e della sua usuale collocazione. Una domanda, però, mi ronza in testa: in un mondo che ci iper-espone a stimoli digitali di ogni tipo e da ogni angolo, siamo forse diventati insensibili alla naturale bellezza di un’opera d’arte e necessitiamo dunque di immergerci in esse per apprezzarne il valore?