Amedeo GaspariniAmedeo Gasparini profile image

Andrea, ti sei laureato in Letteratura e Storia all’Università di Pavia: in che modo questo studio ti ha aiutato nella tua professione di giornalista? Inoltre, quando nasce in te il desiderio di diventare giornalista?

Ho cominciato a sognare di diventare giornalista quando avevo quattro o cinque anni: amavo i giornali. Mi piaceva moltissimo spalmarmi sul tappeto del salotto con il giornale che avevamo in casa allora, che era il defunto Giornale del Popolo. Inizialmente volevo fare il giornalista sportivo, specialmente dell’hockey sul ghiaccio, visto che ci giocavo. Durante il liceo ero un po’ tentato dalla carriera diplomatica e dal diritto internazionale – in particolare nell’ambito dei diritti umani – ma in seguito ho deciso di studiare lettere a Pavia, con indirizzo storico. Un indirizzo che ti permette di acquisire un ampio bagaglio umanistico, una competenza d’insieme, uno sguardo storico sulle cose. In seguito, ho frequentato un Master in International Journalism alla Westminster University di Londra. Dovevo scegliere se volevo iscrivermi ai corsi di giornalismo print o broadcasting (e scelsi print, perché ero convinto che scrivere per me fosse il mio modo di essere giornalista). Nelle estati tra un anno di università e l’altro ho fatto degli stage alla Regione a Locarno e al rientro da Londra, nel 2003, ho lavorato come capo-redattore per una rivista interculturale bimensile. Un’esperienza formativa, che mi ha consentito di conoscere l’insieme del processo produttivo: dalla scelta dei temi e dei collaboratori alla redazione dei contributi, fino agli aspetti tipografici. Dopo alcuni anni, ho ricevuto – quasi per caso – la proposta di entrare alla RSI: non avrei mai pensato diventare giornalista televisivo, e invece … Sono entrato a far parte della redazione del telegiornale e in breve tempo di un piccolo pool di redattori che andavano all’estero per coprire eventi d’attualità internazionale. Cosi ho potuto seguire le elezioni brasiliane del dopo-Lula, la prima crisi greca, la strage compiuta da Anders Breivik in Norvegia, l’eruzione del vulcano Eyjafjallajökull in Islanda. Ma il viaggio che ricordo con più emozione è stato quello nei campi per rifugiati al confine tra Etiopia e Somalia, la mia prima volta in Africa. Il telegiornale è un programma di informazione generalista e ogni giorno deve essere riempito da eventi nazionali e internazionali. Spesso al mattino parti da casa senza sapere di cosa dovrai occuparti: ogni giorno è come se ti immergessi in un acquario. Ti assegnano un compito, ti documenti il più possibile, monti le immagini, e poi scrivi un testo cercando di cogliere l’essenza di ciascuna notizia e di comunicarla in modo comprensibile a un pubblico eterogeneo che varia dal ragazzino delle medie alla nonna in casa per anziani. Il linguaggio dev’essere accessibile a tutti e deve essere potenziato dalla scelta delle immagini e dei suoni, che sono il pane di un buon servizio televisivo.

E la carta stampata?

La carta stampata ti consente di scrivere di più: in televisione, il testo che il giornalista recita è ridotto, anche perché si vuole dare spazio e priorità alle immagini, ai suoni d’ambiente, alle voci originali raccolte. Una cosa importante in televisione è il ritmo: la soglia d’attenzione dello spettatore comincia molto in alto e dopo venti secondi scende. Quindi bisogna “costruire” dei picchi d’attenzione: una frase o un’immagine forte che catturano l’attenzione dello spettatore.

Cosa mi dici di Washington?

Nel 2013 ho fatto un concorso interno per rilevare il posto del mio predecessore a Washington e sono stato scelto. Ho sempre avuto la passione per la politica estera e i viaggi. Per me fare il corrispondente dagli Stati Uniti, coprire un paese così affascinante, è un sogno che si realizza. Faccio fatica a concepire una cosa più bella che stare a Washington, fare il corrispondente e raccontare questo paese bellissimo, anche nelle sue contraddizioni. Washington è una città che molti non conoscono: un po’ snobbata perché la gente ha ricordi delle notizie di cronaca di decenni fa, quando era la capitale degli omicidi degli Stati Uniti. Era una città molto violenta, erano gli anni della “guerra contro la droga” e dell’emergenza crack, delle lotte tra gangs. Negli ultimi 20 anni Washington è cambiata radicalmente: oggi è una città sicura, molto verde, con una spianata monumentale (il National Mall) con bellissimi musei pubblici gratuiti, una scena gastronomica e culturale molto vivace. L’America è un paese giovane: ovvio che quando si parla di città monumentale, non ci può essere paragone con Parigi o Roma … Ma Washington è stata disegnata - a livello urbanistico - per essere una grande capitale e oggi ha la consapevolezza di essere la capitale della superpotenza mondiale.

Com’è strutturata la tua giornata tipo?

Beh, da un po’ di tempo a questa parte la sveglia la suona mia figlia Emily, che ha appena compiuto un anno. Poi faccio colazione leggendo Washington Post e New York Times, guardo altri siti di informazione online e poi chiamo i colleghi di Lugano per decidere come impostare la giornata. Ma non posso dire che esista una giornata “tipo”, anche perché l’attualità – soprattutto con Donald Trump – è parecchio imprevedibile … L’unica certezza è che l’appuntamento più importante per me è il telegiornale delle 20, le otto di sera in Svizzera, quando qui sono le due di pomeriggio. Quindi c’è relativamente poco tempo per preparare dei servizi, ma il vantaggio è che vivendo in America da anni e seguendo quotidianamente quello che succede, si diventa per forza un po’ competenti. Ci sono ancora notizie che mi sorprendono, ovvio, ma in genere avere una buona preparazione permette di anticipare le notizie. Poi, certo, può capitare che una notizia arrivi all’una e cinquantasei, quindi quattro minuti prima del telegiornale, e tu in pochi minuti devi andare in onda, mettendoci la faccia e spiegare in modo credibile e fattuale cosa sta succedendo. E confesso che talvolta la notizia è cosi fresca che quando vai in diretta non hai ancora tutti i dettagli per capire fino in fondo cosa sta accadendo. È soprattutto in questi casi che devi attingere alle tue conoscenze per abbozzare un primo commento che sia perlomeno dignitoso …

Che rapporto hai con le altre televisioni?

Il nostro ufficio è in un palazzo con diversi media europei, con i quali c’è uno scambio quotidiano. Ogni testata ha la sua agenda, i suoi tempi e le sue esigenze: ovvio, si parla spesso di Trump davanti alla macchina del caffe, ma la cosa è inevitabile …

E con i media statunitensi? Fox, CNN, Abc …

Con i giornalisti dei grandi network locali non ci sono praticamente contatti, perché loro hanno un modo di lavorare molto diverso dal nostro. A loro interessa poco quello che facciamo e si occupano quasi solo di politica. E poi, non da ultimo, molti di questi canali non fanno servizi, ma talk show; non vanno sul terreno a fare reportage, non incontrano la gente. Ogni tanto ci si incontra alla sala stampa della Casa Bianca oppure a qualche ricevimento in ambasciata, ma niente di più.

Sei a Washington dal 2013 e dal 2013 in America è successo di tutto: stragi, invenzioni tecnologiche, Trump … Cosa ti ha colpito di più?

A livello politico, l’elezione di Trump è stata qualcosa di imprevisto: non se lo aspettava nessuno. La sua vittoria è stata sorprendente: sapevamo che Hillary era una candidata preparatissima, ma poco popolare, poco carismatica. Certo, avendo viaggiato negli stati della cosiddetta Rust Belt – Michigan, Pennsylvania, Ohio – ci eravamo accorti che c’era un grande malcontento. Ma che questa rabbia potesse diventare una maggioranza e determinare la vittoria di un candidato così controverso non se lo aspettava nessuno… C’eravamo penso illusi – osservando l’America di Obama – che questo paese stesse diventando più progressista. E invece oggi ci ritroviamo in un paese più spaccato e diviso che mai. A livello professionale, la campagna elettorale e la notte dell’elezione sono certamente stati i momenti più intensi. La campagna elettorale è durata un anno e mezzo e l’abbiamo seguita in lungo e in largo, dall’annuncio dei candidati, alle primarie, ai dibattiti presidenziali. E poi la notte elettorale: praticamente non ho dormito per due giorni. È stata un’esperienza accattivante: sei in diretta per tante ore durante la notte, devi essere sempre reattivo man mano che arrivano i risultati, anche se in realtà sei cosi stanco che ti sembra di essere in un uno stato di sonnambulismo. Non oso immaginare lo sforzo fisico di un candidato presidente: cominci il tuo primo giorno di lavoro dopo l’anno e mezzo più massacrante di tutta la tua vita. Chiunque diventi presidente in questo paese deve essere una specie di supereroe: lo sforzo fisico richiesto è pazzesco. Tra i reportages realizzati, quello di cui vado più fiero è il documentario-inchiesta sullo scandalo delle ri-adozioni: bambini adottati all’estero che poi vengono passati di famiglia in famiglia senza alcun controllo da parte delle autorità. Qui, con molto cinismo, le chiamano “second chance adoptions”, una seconda opportunità. Ma in realtà in molti casi - come abbiamo documentato - si tratta di un vero e proprio mercato nero online di esseri umani. Una delle tante, vergognose contraddizioni di questo paese.

Ricordo un Tweet di Vittorio Zucconi – che l’America la conosce – in cui diceva che Trump è in sostanza la “manna” dei giornali, ovvero qualcosa per cui i giornali potrebbero salvarsi …

Sembra paradossale, visto che Trump accusa i media di essere nemici del popolo, ma il fenomeno Trump ha fatto aumentare l’ascolto di tutti i canali all-news già durante le primarie, ha fatto esplodere gli abbonamenti online dei grandi giornali (New York Times e Washington Post). In un paese così diviso e polarizzato non esiste quasi un giornalismo completamente indipendente, neutro e obiettivo. Senza dubbio, Trump ha ridato un senso di missione a un certo giornalismo, che deve essere una specie di cane da guardia dei principi democratici contro gli abusi del potere. Credo che gli attacchi indiscriminati del presidente contro i media siano pericolosi perché delegittimano la funzione vitale che un sano giornalismo svolge dentro una democrazia, e cosi facendo la indeboliscono.

Prima dicevi che i giornalisti americani stanno un po’ per i fatti loro: c’è, in America, attenzione verso le tematiche europee?

Molto poco. La grande differenza è tra carta stampata e giornalismo televisivo. I canali all-news si occupano quasi esclusivamente di Stati Uniti, di politica interna, della “bolla” di Washington o - se si occupano di cose estere - è perché c’è un legame con gli Stati Uniti. La carta stampata – specialmente i grandi giornali della East Coast – ha invece un respiro più internazionale e fa anche ottimi approfondimenti. Ricordiamo però che testate come il New York Times sono giornali letti soprattutto da un’élite benestante. Fuori dai grandi centri urbani – nell’America rurale e profonda – non c’è invece grande interesse per le tematiche estere. Ma anche perché non c’è informazione: nessuno racconta loro cosa succede nel mondo. Molte grandi città interne – come New Orleans – non hanno neppure più giornali locali. A dominare l’informazione sono i canali all-news, e ovunque – nei ristoranti, in sala d’aspetto – le televisioni sono sempre accese. Ma quel che accade è che la gente si nutre di informazione in base alla propria visione politica. Se sei un conservatore guarderai Fox, se sei un liberal la CNN. Non c’è proprio possibilità che questi due mondi s’incontrino e quel che ne consegue sono due visioni della società, due letture della realtà di fatto incompatibili e antitetiche. In Europa c’è una tradizione di giornalismo più indipendente e neutrale.

C’è ancora?

Credo di sì. Poi, certo, sono convinto che soprattutto nell’era dei social media il compito del corrispondente sia anche quello di analizzare i fatti di attualità, di fornire un commento. La cosa importante è che il commento sia esplicitato, che non venga confuso con l’esposizione della notizia. Quello che accade in America è che commento, opinione e fatti vengano mescolati e che il giornalismo diventa – così facendo – partigiano e militante.

Quindi l’America non “pratica” giornalismo anglosassone?

Se guardiamo il panorama dei media negli Stati Uniti degli ultimi decenni – in generale – non ha nulla a che vedere col modello anglosassone. C’è stata l’epoca eroica delle inchieste del Washington Post – e quello era giornalismo anglosassone – ma oggi questo si è perso: la carta stampata è in declino, il consumo delle news avviene tramite la televisione e tendenziosissimi talk-show radiofonici, su Facebook e su vari social media. C’è sempre meno gente che “consuma” una pluralità di fonti d’informazione.

Accennavi prima ai social network: se questi hanno abbattuto, grossomodo, lo zoccolo duro della carta stampata, anche le tv non è che se la cavano così bene …

I social media sono uno strumento fondamentale per reperire interlocutori e anche per ricevere aggiornamenti in tempo reale da parte di testimoni che si trovano laddove sta accadendo qualcosa. Ma bisogna essere cauti. Trovo che sia pericoloso quando i social – proprio per il tipo di consumo rapido e senza scrutinio – vengono utilizzati senza spirito critico, quando le notizie diffuse dai social vengono riprese, commentate e fatte circolare senza che ci sia la mediazione di qualcuno che possa accertare che non si tratti di “fake news”. Purtroppo, la fretta e la paura di bucare una notizia hanno ingannato anche giornalisti molto più esperti di me. Come dicevi, i media tradizionali come radio e TV devono fare i conti con un declino degli ascoltatori e un innalzamento dell’età media. Ovviamente l’appuntamento quotidiano non è più uno strumento compatibile con le nuove modalità di fruire l’informazione: la gente vuole essere informata ovunque e in continuazione. Quello che si cerca di fare è integrare l’uso dei social all’interno di una piattaforma dove tutti i vettori, web, radio, televisione, social media, coesistono e si integrano. Al tempo stesso, credo sia importante proporre qualcosa che vada un po’ al di là dei duecentottanta caratteri un Tweet. Ritengo che non si possa fare del buon giornalismo in duecentottanta caratteri. Cosi come non si governa bene un paese a furia di Tweet.

Sono quindi ancora necessari i giornalisti esteri?

Se pensassi il contrario potrei già incominciare a fare le valige! Scherzi a parte, credo che sia importante andare sul territorio, vivere nel posto che si cerca di raccontare, il contatto diretto con le persone.

Che importanza dà la RSI all’America? Troppa? Troppo poca? Appropriata?

Secondo me è appropriata al servizio pubblico che siamo chiamati a svolgere, ed ecco perché la SRG SSR ha deciso di avere una sede a Washington con sei corrispondenti (due per ciascuna regione linguistica nazionale). Siamo nella capitale del paese più importante al mondo: quello che capita qui ha immediatamente una rilevanza globale. Ma la cosa importante è non focalizzarsi solo su Washington e sulla politica, bensì uscire dai sentieri battuti, trovare spunti diversi e raccontare la pluralità di questo paese, attraverso le sue molteplici sfaccettature. Anche se amo questo paese, credo sia importante raccontare dell’America anche gli aspetti che ci piacciono meno e non solo gli aspetti dinamici, imprenditoriali, innovativi. Quindi, parlare delle discriminazioni, della mortalità infantile e materna, dell’emergenza oppiacei, della povertà che ancora affligge un cittadino su cinque.

E con l’America di Trump cambia anche il giornalismo?

Il giornalismo non deve cambiare i suoi principi in base a chi è l’inquilino della Casa Bianca: il giornalismo deve restare la stessa cosa, sempre. L’epoca Trump richiede solo maggiore accuratezza da parte nostra e questo poiché è importante opporsi al tentativo senza precedenti di questa Casa Bianca di disinformare e manipolare l’opinione pubblica. Troppe volte assistiamo al tentativo di sabotare la realtà. Ma il ruolo del giornalismo è proprio quello di rendere conto di quello che fa il potere politico o economico. In America c’è una grande polarizzazione, come dicevo, che si riflette nel panorama mediatico: ci sono media servili all’amministrazione – che fanno da megafono all’agenda di Donald Trump – e altri media che si sentono parte di un’opposizione. Purtroppo, entrambe le categorie diventano irrimediabilmente faziose. E questo non è buon giornalismo.

Quanto conta la personalità di un giornalista televisivo?

Faccio fatica a rispondere, dal momento che dovrebbero essere gli altri a giudicare il mio lavoro: credo che la premessa sia sbagliata, perché si presuppone che il giornalista debba avere una spiccata personalità… In realtà il giornalista dovrebbe essere serio, obiettivo, fattuale, convincente. Non è detto che chi abbia una personalità forte sia un ottimo giornalista e viceversa. Poi è vero: facendo televisione si appare anche. È innegabile che la mimica facciale, il tono di voce e il modo in cui si raccontano le cose giochi un ruolo. A volte può piacere e a volte no. Per quello che mi riguarda, spero di essere credibile e di essere piacevole e garbato nella mia esposizione. Spero di non passare come persona di parte e di pregiudizi. Poi, ripeto, fare giornalismo indipendente, neutrale non vuol dire non prendere mai posizione. In alcuni casi è assolutamente indispensabile prendere posizione per difendere dei principi o dei valori, come ad esempio la decenza, la dignità o la verità.

Cosa ti piace di più del giornalismo all’estero?

Scoprire il paese e la gente: è la gente che ti aiuta a capire il paese, non i giornali, il presidente o i politici di Washington. Essere a contatto con le persone e vedere i posti: viaggiare è essenziale. Non bisogna andare sui sentieri battuti, dove vanno tutti i turisti. L’America più ruspante e vera, che rappresenta l’essenza di questo paese, la trovi lontana dall’ovvio.

E ci sono dei requisiti che il giornalista deve avere nel percorrere questi sentieri non battuti, mentre si occupa di esteri?

Bisogna avere una buona cultura generale e storica e continuare ad aggiornarsi: senza conoscenza non si possono analizzare, filtrare e capire i fatti; poi la passione: è assolutamente indispensabile essere innamorati di questo lavoro; tanta curiosità (andare al di là delle prime impressioni e della prima notizia). A volte, quando guardiamo l’America dall’Europa ci sono degli stereotipi che ci piace vedere riprodotti: “gli americani sono un popolo di obesi, bigotti, ipocriti …”. Ecco, bisogna evitare di restare intrappolati da stereotipi e facili clichés.

Riusciresti a trovare un aspetto negativo della tua professione di giornalista estero?

Bilanciando i fattori, quelli positivi sono nettamente in maggioranza: adoro questo paese, adoro questo mestiere. Sono grato a chi mi ha dato questa opportunità. Come ti dicevo, c’è sempre l’imprevisto: fare programmi non è facile perché spesso l’attualità ti fa saltare i piani. E poi non c’è più la settimana o il weekend. Una domenica è uguale a un altro giorno. Quando capita qualcosa bisogna partire e scattare, il che a volte significa rinunciare alla famiglia o a una gita fuori città, eccetera. Però sono imprevisti che fanno parte del gioco: lo sai prima che andrà così.

Cosa dici e cosa racconti agli americani quando ti chiedono com’è la Svizzera?

Moltissimi americani non hanno la più pallida idea di chi siamo: molte volte ci scambiano con la Svezia. Chi conosce la Svizzera adora il nostro paesaggio, la nostra pulizia, il sistema politico: sono molto stupiti che viviamo pacificamente da secoli, pur avendo diverse culture e lingue, un federalismo quasi perfetto … Però sanno poco o nulla di quello che succede in Svizzera, anche perché i media qui non si occupano praticamente mai della Svizzera …

Ogni quanto torni?

Una volta all’anno, all’inizio dell’estate. Rivedo la famiglia, gli amici, ma in generale non posso dire di avere mai sofferto di malinconia di casa. Anzi, Washington è diventata casa mia… Questa esperienza americana durerà in tutto sei anni, l’anno prossimo dovrò rientrare in Svizzera. Quindi vale la pena approfittare di questo periodo per viaggiare negli States e passare qui le vacanze.

Hai più ripreso la scrittura?

No, da quando lavoro in televisione non ho più scritto per la carta stampata. Mi piacerebbe scrivere un libro su questa esperienza un giorno. Quel che è certo è che prima di finire il mio mandato a Washington vorrei lasciare una sorta di testamento della mia avventura. Come dicevamo, Washington è una città che molti non conoscono e mi piacerebbe fare un documentario per raccontare gli ultimi decenni della storia americana attraverso gli “occhi” di questa città: dai riots, le rivolte, degli anni Sessanta a Dupont Circle e U Street, alla questione razziale, all’accesso all’istruzione, alla politica e i suoi finanziamenti, al peso delle lobbies. Insomma: raccontare l’America attraverso la lente di Washington.

Consiglieresti ai giovani di intraprendere la carriera giornalistica?

Consiglierei sempre di intraprendere la professione di giornalista, perché dal mio punto di vista è il lavoro più bello del mondo. Sono grato al destino per questa possibilità. È un privilegio, è bello. Certamente, molto dipende da che tipo di giornalista vuoi essere: chi pensa che giornalismo sia apparire in televisione e fare l’anchorman o l’anchorwoman, dico che il giornalismo non è quello. Il giornalismo è raccontare i fatti. Metterci la faccia in televisione è la conseguenza, non la motivazione.

Andrea, ti faccio un’ultima domanda: stare all’estero cambia le persone, ma cosa è cambiato in te, grazie a questa esperienza?

Il percorso introspettivo è sempre personale: qui in America mi sono sposato, qui ho avuto la mia prima figlia e questi sono stati i due eventi più memorabili. È difficile dire quanto l’America mi abbia cambiato. C’è però una cosa che adoro di questo paese: forse perché è un paese adolescente e senza il fardello della Storia, la gente non guarda molto al passato e si preoccupa poco del futuro, ma vive molto nel presente; mentre noi siamo molto legati al passato e preoccupati per il futuro, dimenticandoci di vivere il presente. E questo fatto di vivere il presente consente agli americani di non avere paura di rischiare e di mettersi in gioco. Hanno un ottimismo di fondo e la certezza che alla fine everything is going to be okay, che tutto alla fina andrà bene. È un popolo che non si lamenta: noi tendiamo troppo a piagnucolare, a lamentarci. Gli americani insegnano la positività: anche se inciampi, ti rialzi e vai avanti. Tanto everything is going to be okay!